Proposta per un'organizzazione più efficace di Possibile

 

Premessa

La situazione politica generale è in rapido mutamento, e nel prossimo futuro sarà necessaria una capacità d’intervento al tempo stesso più meditata e democraticamente deliberata in tempi ragionevolmente brevi: esigenze non facilmente conciliabili. D’altra parte, è evidente che l’elezione di Trump alla presidenza USA, le nuove alleanze asiatiche, la nuova assertività russa nell’Europa Orientale, i perduranti conflitti nell’area MENA (Middle East – North Africa), la crisi dell’Unione Europea ci possono portare rapidamente in situazioni inedite e anche molto pericolose. La situazione interna dell’Italia, poi, è sotto i nostri occhi.

Solo una buona organizzazione permette di mediare con efficacia fra esigenze contrastanti. E organizzazione signafica darsi dei modi per studiare, comunicare, discutere, decidere, e lavorare insieme per portare all’esterno le nostre proposte e recepire tutti i messaggi che ci provengono dalle varie realtà, vicine e lontane.

L’azione politica

Ogni partito politico si relazione alla società che lo esprime, essenzialmente in due modi: da una parte, esercitando un potere decisionale nelle istituzioni elettive o almeno una capacità di influenza attraverso la società civile (con manifestazioni, dibattiti, inchieste, analisi, pubblicazioni, relazioni personali ecc.); dall’altra reclutando (o perdendo) militanti e sostenitori in quella stessa società in cui opera: persone con valori, capacità , esigenze, limiti, speranze, progetti, memorie, legami sociali.

Una forma organizzativa non deve solo stabilire delle regole democratiche di governo del Partito (e ci mancherebbe altro che ci si desse regole non democratiche!), ma deve anche definire i modi e le strutture attraverso cui gli aderenti possono dare un contributo che sia non solo efficace per il Partito ma anche coerente con le proprie capacità e aspettative. Un Partito deve insomma delineare la propria "organizzazione del lavoro", almeno nei criteri fondamentali, e questa impostazione avrà effetto non solo sull’efficacia dell’azione politica ma anche sull’adesione e sull’abbandono del Partito stesso da parte delle persone.

Non esiste, però, un’organizzazione del lavoro ottima in astratto: ogni scelta organizzativa è una scelta politica che colloca all’interno di un contesto storico, culturale e tecnologico. Questo implica che essa non può essere indipendente da una "visione del mondo" condivisa in larga misura dai suoi aderenti: se questo consenso non c’è , anche le migliori regole democratiche pensabili non possono impedire né contrasti interni paralizzanti, né l’adozione di norme organizzative contraddittorie e inefficaci.

Di seguito si espongono una visione generale ("A cosa siamo di fronte") e quattro grandi dimensioni dell’agire politico: a seconda di come si decide di porsi rispetto a esse, ne discendono diversi modelli organizzativi. In questo scritto si prenderà partito per alcune scelte strategiche e si illustreranno le conseguenze organizzative che ne derivano.

A cosa siamo di fronte

Com’è noto, il simbolo di Possibile è il segno di uguale. Questo simbolo non è stato scelto solo perché è facile trovarlo sulla tastiera: è di per sé stesso una provocazione politica. La Rivoluzione Francese (Liberté, Égalité, Fraternité) non è stata combattuta e vinta più di due secoli fa? E che ne è stato dell’esperienza comunista, che dell’uguaglianza fra tutte le persone aveva fatto una bandiera?

Riproporre questo simbolo significa innanzitutto prendere atto del duplice fallimento, delle società democratiche liberali e di quelle totalitarie nate dalle rivoluzioni "comuniste", di dare uguali libertà , dignità , diritti e possibilità a tutte le persone.

I due fallimenti, però, non sono simmetrici. L’esperienza "comunista" appare condannata senza appello. Un giudizio storico così drastico deve però insegnare qualcosa di importante a chi ha raccolto da terra la bandiera dell’uguaglianza, sia per non rifare gli errori del passato sia perché, nelle iniziative politiche quotidiane, ci si trova accanto persone che della vicenda del "comunismo" storico novecentesco hanno conservato giudizi, insegnamenti, ricordi i più diversi, che spaziano dalla nostalgia alla condanna totale, alla rimozione, alla scarsità di informazioni (specie nei millenials).

Il totalitarismo "comunista" fondava la propria giustificazione ideologica sulla convinzione che la società umana potesse essere trattata come un sistema a informazione completa[1], cioè in linea di principio completamente conoscibile e quindi pianificabile con criteri di ottimizzazione oggettivi. In questa concezione non vi è alcun spazio per una visione positiva della democrazia politica, che non potrebbe che essere un ricettacolo di chiacchiere a vuoto e proclami reazionari. E in essa non è neanche possibile definire il ruolo di un’effettiva funzione imprenditoriale, neppure se esercitata a beneficio di beni pubblici: tutto ciò che esula da una esecuzione pedissequa di norme tecnico-burocratiche che scaturiscono da un’analisi "scientifica" della società non può che essere sospettato di irresponsabilità e azzardo, se non vero e proprio dolo[2].

Anche se questo progetto di riforma radicale della società e della politica, nella sua forma complessiva, non ha più alcun credito, talvolta lo si ritrova, in frammenti e sotto traccia, in convinzioni che ancora influenzano alcune posizioni sindacali e politiche della sinistra tradizionale (si pensi alle "Profezie di Fassino": l’elemento comico è proprio basato sull’incapacità del vecchio militante del PCI di concepire la discontinuità, la mossa a sorpresa, il cambio del punto di vista).

E’ molto importante, invece, ragionare in modo esattamente opposto: la società umana non è mai stata completamente prevedibile e uguale a se stessa neppure nei periodi più statici; men che mai nel Terzo Millennio, in cui idee ed esperienze possono essere condivise in una parte rilevante del Pianeta in un batter d’occhio. Ciò porta a una critica, tanto dei metodi democratici quanto della funzione direzionale e manageriale delle organizzazioni, di segno esattamente opposto a quella avanzata dal movimento "comunista" terzinternazionalista del secolo scorso.

Per la verità, la critica radicale alle grandi organizzazioni autoritarie (a incominciare dallo Stato e dalle grandi imprese) ha già trovato in passato un movimento culturale e politico di riferimento: il Movimento Anarchico. Anche se il termine suona un po’ vetero, in realtà le sue tesi essenziali hanno visto (sotto nomi diversi) una straordinaria rinascita nel XXI secolo, sia nell’ambito dei movimenti ambientalisti e altermondialisti ("pensare globalmente, agire localmente") sia soprattutto per l’esplosione dell’informatica individuale e della Rete (basti pensare alle iniziative per il Software Aperto e Libero, la libera accessibilità dei dati economici e scientifici, il crowdfunding e il crowdsourcing, ecc., tuttora in forte sviluppo).

Questo vasto movimento, sostanzialmente senza nome (di cui quello No Global o Altermondialista è stato la componente più citata dai media) è di grande interesse (e è quasi ignorato dalla politica tradizionale e mostrato dai media solo nelle sue manifestazione più pittoresche); però ha anche gravi limiti che ne compromettono sostanzialmente l’efficacia. Ma, prima di discuterne la lezione politica e organizzativa da trarne, è necessario esaminare l’altro "fallimento".

Il sistema a cui siamo oggi di fronte, il capitalismo globalizzato o come lo si vuol chiamare, apparentemente non solo non ha fallito, ma anzi ha vinto su tutta la linea. I suoi prodotti e i suoi stili di vita fanno status symbol dei ceti dominanti a Lagos, Mosca, Nuova Delhi, Pechino, Riad, Teheran e permeano persino i video di propaganda del Daesh. Al tempo stesso, mai nella Storia c’è stato un simile abisso di potere, denaro, benessere e aspettativa di vita fra una minoranza di privilegiati e masse sterminate di disperati. I ricchi risiedono in aree con buoni servizi e infrastrutture efficienti, in cui è possibile vivere, lavorare, studiare, comunicare e curarsi con agio. I poveri si ammassano in un mondo di periferie inquinate e con servizi inesistenti o degradati, alcune intorno ai centri dei ricchi, altre sparse nel sud del mondo. Fra le due realtà, stanno sorgendo o risorgendo muri e frontiere: chi sta fuori, vorrebbe entrare, per salvare o migliorare la propria vita o esprimere il proprio odio. La promessa di un capitalismo magari duro ma inclusivo e popolare, con buone opportunità di sviluppo anche per gli ultimi, che era sembrata trapelare trent’anni fa dalle parole del presidente statunitense Ronald Reagan, dalla premier britannica Thatcher e di molti politici e commentatori anche nostrani all’indomani della caduta del Muro di Berlino, si è dimostrata una tragica menzogna.

Oggi tutti guardano al mondo della finanza e al caos speculativo che essa genera ogni giorno, in grado anche di deprimere l’andamento dell’economia reale. Ma quest’oceano di denaro virtuale – anche se in parte basato sul nulla, cioè su valutazioni truffaldine, rischi sottovalutati od occultati, crediti inesigibili, previsioni ottimistiche destinate ad andare deluse – non si sarebbe mai riempito se il capitalismo non fosse stato capace di trarre l’economia reale dalle secche del modello produttivo novecentesco che per convenzione chiamiamo "fordista".

La forza dei centri del sistema (gli USA, l’Europa, il Giappone, la Corea del Sud, i nuovi ricchi di Russia, Asia, Africa e America Latina) viene da un profondo rinnovamento dei modelli produttivi e delle tecnologie infrastrutturali compiuto negli ultimi tre decenni. La fusione fra soluzioni provenienti dalla ricerca militare statunitense (la rete internet e l’uso dei container nei trasporti) con l’organizzazione industriale toyotistica giapponese, fusione resa possibile dallo sviluppo della microelettronica e di modelli logico-matematici di gestione di sistemi sempre più complessi, ha permesso di separare nettamente la ricerca applicativa e la progettazione finanziaria, tecnologica e commerciale (che vengono effettuate nelle aree più avanzate) dalla produzione e distribuzione delle merci fisiche e dei servizi meno qualificati e più gravosi. La stessa produzione può essere segmentata fra parti del processo tecnologicamente "critiche", che devono essere svolte in aree industriali affidabili, con attrezzature, disponibilità di risorse professionali e organizzazione sociale adeguate, e altre più banali, che possono essere assegnate al fornitore più conveniente, ovunque risieda nel mondo[3]. In questo modo, se è vero che è stata abbattuta un’importante barriera di accesso alla produzione moderna per i Paesi del Terzo Mondo (l’attuale modello organizzativo scomposto e distribuito è molto più dislocabile in Paesi con scarse infrastrutture delle vecchie megastrutture "fordiste"), dall’altra i nuovi Paesi ospitanti spesso ricevono null’altro che una massa di salari miseri e precari, e impatti sociali, ambientali e urbanistici disastrosi. Le teste progettuali e decisionali rimangono altrove, e con esse la qualià della vita che pretendono e che si possono permettere.

Questo modello ha trasformato profondamente moltissime attività , non solo quelle tradizionali ma anche quelle che rappresentavano la modernità di ieri, e oggi sono già oggetto di archeologia industriale. Ciò ha significato per centinaia di milioni di lavoratori in tutto il mondo il crollo del valore della loro esperienza e delle loro abilità e competenze, e un massiccio trasferimento di capacità e informazioni alle macchine, alla Rete che le connette, ai centri di analisi e progettazione dei sistemi. Persino nei casi in cui si è instaurato un circolo virtuoso, con la creazione di nuove capacità e competenze in relazione ai mutati contesti tecnologici, non è detto che questi nuovi profili professionali garantiscano una sicurezza lavorativa di lunga durata, vista la velocità con cui i sistemi stanno incorporando capacità un tempo considerate esclusivamente umane, come la guida di un treno o di un aereo, il riconoscimento di un’immagine o l’analisi chimica di una sostanza[4]. Questo processo è tuttora in corso, e verosimilmente durerà ancora per decenni (basti pensare all’impatto che potrebbero avere gli elaboratori quantistici, le nanotecnologie, le terapie geniche...).

In Paesi come l’Italia alcune attività e forme organizzative tradizionali sopravvivono principalmente grazie a condizioni particolari, quali l’arretratezza della macchia amministrativa[5]; alla pressione politica della criminalità organizzata e degli evasori fiscali che hanno bisogno di un’amministrazione inefficiente e di transazioni non tracciabili; all’attaccamento a forme, cibi, riti, ambienti tradizionali che mal si prestano al ridisegno tecnologico degli stessi; all’emigrazione di tanti giovani scolarizzati; alla presenza di una numerosa popolazione anziana o poco acculturata che è rimasta dall’altra parte del digital divide. E’ difficile prevedere se, come e quando queste situazioni si modificheranno.

Comunque, la rivoluzione[6] culturale e organizzativa operata dal capitalismo mondiale negli ultimi trent’anni ha ridisegnato la divisione del lavoro sia su scala planetaria sia a livello microeconomico, riducendo in generale la dimensione delle unità produttive e ridisegnando i cicli di lavorazione. Il suo obiettivo non è stato principalmente quello di abbattere il potere contrattuale dei lavoratori (come sostengono i marxisti ortodossi) ma quello di rendere il sistema produttivo maggiormente in grado di resistere a ogni tipo di perturbazione: saturazione di mercati, crisi politiche, guerre, catastrofi naturali, crisi logistiche, rapidi mutamenti tecnologici, presenza di criminalità organizzata, epidemie, provvedimenti legislativi, fluttuazioni dei cambi monetari. I conflitti con i lavoratori sono stati considerati una delle tante possibili perturbazioni locali, gestibile come le altre: per esempio trasferendo, a volte nel giro di poche ore, attività produttive da un Paese all’altro, magari in un altro continente. Questa nuova capacità gestionale delle crisi non solo ha sconfitto i lavoratori: ha reso anche invisibili, e quindi irrilevanti per la politica tradizionale, le loro organizzazioni, le loro istanze collettive e le loro lotte.

Il potere contrattuale della grande maggioranza dei lavoratori è stata ridotta ai minimi termini, e i Paesi[7], specialmente i più periferici, sono stati spinti a farsi concorrenza l’un l’altro, indebitandosi per realizzare infrastrutture attrattive per i produttori, detassando le imprese, favorendo la finanza deregolata, ed eliminando molti vincoli introdotti per proteggere, oltre all’ambiente, la salute e la sicurezza sociale dei lavoratori e dei cittadini.

Se non si riflette su questi elementi di forza del sistema attuale, si rischia di contrapporgli strumenti di lotta ereditati dal mondo "fordista" novecentesco e dalla dimensione politica degli Stati Nazionali. Invece, per comprendere quali sono i termini del conflitto, e quindi come agire in esso, bisogna chiedersi attraverso quali forze, se non politiche, quantomeno sociali e culturali in questo momento esso si esprime. E, per evitare di essere troppo generici, è bene distinguere fra le varie dimensioni territoriali dell’azione politica.

Il Mondo

L’enorme facilitazione delle comunicazioni internazionali permessa dal primo ventennio di Internet ha reso possibile la nascita o la diffusione di molti movimenti internazionali, prima impossibili o molto meno conosciuti: basti pensare ad Amnesty International, Greenpeace, Avaaz, Access Now, We Move Europe e molti altri. Visti complessivamente, si possono notare alcune caratteristiche comuni, al di là delle differenze delle tematiche specifiche di cui si occupano: fanno soprattutto appello all’opinione pubblica mondiale in generale, ricorrendo ormai principalmente o esclusivamente alla Rete (il che può essere un limite); in tutti i casi, compiono ogni sforzo per evitare che i Paesi focalizzati si sentano aggrediti da forze esterne o da sobillatori interni. Cercano di ottenere questo risultato, con la moderazione del linguaggio, la trasparenza delle procedure, il ricorso a parametri il più possibile oggettivi o comunque condivisi e a studi di istituzioni prestigiose e generalmente considerate super partes, e così via. Da questo punto di vista, il loro linguaggio è completamente innovativo rispetto a quello della politica tradizionale il quale, indipendentemente dalla posizione occupata sull’arco Sinistra-Destra, tende a essere accusatorio, polemico, unilaterale e spesso indifferente al più elementare fact cheking.

Se poi si passa ai contenuti, si può vedere che, al di là dei riferimenti culturali adottati e del settore d’intervento, in generale si contrappongono oggettivamente a quel modello di società mondiale generato dal nuovo capitalismo globale, in cui la maggioranza degli individui si trova a vivere in condizioni precarie e degradate dal punto di vista abitativo, lavorativo, ambientale e con scarsa protezione legale e sociale: basti pensare alle motivazioni dietro alle lotte contro il WTO, il TTIP, il CETA ecc. . Tutto ciò appare come la lenta formazione di una nuovo movimento democratico, progressista, egualitario e ambientalista mondiale, molto più interessato alla sostanza dei problemi che alla loro etichettatura politica. Movimento però ancora ben lontano dall’aver acquisito autoconsapevolezza e stabilito solidi fondamenti culturali condivisi, carente di interlocutori mondiali credibili, e sempre esposto a provocazioni e strumentalizzazioni di parte.

Tutto ciò non è indipendente dalla trasformazione del sistema produttivo delineata in "A che cosa siamo di fronte". La nuova organizzazione del lavoro da una parte offre strumenti nuovi di comunicazione (internet, cellulari, applicazioni che facilitano la cooperazione a distanza) e quindi nuove forme di aggregazione e azione politica; dall’altra rende centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, specilmente giovani, consapevoli che una vittoria locale è più fragile e meno significativa se non è parte di un movimento globale. Sta insomma tramontando l’illusione di poter "pensare globalmente, agire localmente", tipica del neoanarchismo altermondialista. Bisogna attrezzarsi a "pensare globalmente e localmente, agire globalmente e localmente". Il che, purtroppo, è un po’ più difficile e richiede strutture organizzative un po’ meno labili.

Finora non c’è stata molta interazione fra questo livello di intervento e quello più tradizionalmente nazionale. In questo modo, però , quest’ultimo si è impoverito sia dell’esperienza del confronto con le grandi istituzioni internazionali (come l’ONU e le sue agenzie, i Tribunali internazionali, l’Organizzazione Mondiale della Sanità , le grandi imprese globali...), sia dell’analisi di temi per definizione globali (come i cambiamenti climatici, il depauperamento degli oceani, il diffondersi di nuove e virulente epidemie), così come della necessità di sviluppare modelli organizzativi e strumenti nuovi per far agire insieme persone di tante culture differenti. Tutto ciò ha contribuito a rendere la politica nazionale più meschina e meno credibile, specialmente agli occhi di chi, grazie alla Rete, si è abituato a sentirsi collegato col Mondo (e magari sta preparandosi per trasferirsi all’estero).

D’altra parte, l’approccio politico tradizionale sarebbe quello di nominare una "commissione internazionale" destinata a chiudersi nella sua inutile bolla diplomatico-burocratica nell’indifferenza generale. E’ evidente che questo approccio nulla può avere a che fare con questo nuovo attivismo altermondialista, che coinvolge direttamente (anche se spesso solo con qualche click sul PC) milioni di individui. Qui incontriamo le radici di un’esigenza fondamentale che riapparirà in tutte le altre dimensioni dell’agire politico del Partito: quello di trasferire funzioni, che tradizionalmente sono svolte da strutture che fanno riferimento alla Direzione, al corpo del Partito e quindi concretamente a tutti i militanti che sono in grado e intendono occuparsene. In questo caso, è verosimile immaginare che già molti militanti partecipino come individui alle campagne internazionali, e ciò in sé è positivo; quello che servirebbe, per esempio, è uno o più gruppi di lavoro che approfondiscano il contesto politico e culturale e i possibili effetti, magari anche controintuitivi, dell’impatto delle varie campagne, in modo da dare contributi significativi al dibattito internazionale e poter presentare posizioni e proposte solidamente motivate.

Anticipando quanto verrà esposto in seguito, osserviamo che nel "Partito cartaceo" tradizionale, con riunioni di lavoro che richiedevano necessariamente lo spostamento fisico dei partecipanti e della documentazione, e una distribuzione centralizzata, lenta, costosa e riduttiva delle informazioni, una struttura diversa da quella classica sarebbe stata estremamente dispendiosa in termini di tempo, denaro ed energie: quindi praticamente improponibile[8]. Per fortuna, i nuovi strumenti tecnologici stanno aprendo possibilità sempre più interessanti all’agire collettivo, e ciò rappresenta il lato positivo degli stessi strumenti che hanno modificato, a volte in modo molto negativo, le relazioni sociali locali e mondiali.

L’Europa

Le istituzioni europee sono nate da un complicato intreccio fra interessi ed esigenze economiche particolari (che hanno portato alla costituzione del Mercato Comune Europeo), risposte a problemi politici ereditati dal passato (es. contenere il riarmo della Germania e il suo contrasto con la Francia) e necessità politiche immediate (la contrapposizione all’Unione Sovietica prima, e poi l’integrazione dei Paesi dell’Europa dell’Est dopo il crollo del Muro). Questa evoluzione fu vista favorevolmente da parte dei federalisti europei della generazione del dopoguerra come un percorso, lungo e tortuoso ma praticabile, per arrivare a creare uno stato federale accumulando pezzetti di potere sovranazionale (come le Direttive, l’Euro o il Trattato di Schengen). Ma, al di là di questi tatticismi (non condivisi da tutti), la forza iniziale che ha spinto il progetto unitario europeo è stata la riflessione sulle immani tragedie belliche e totalitarie provocate negli ultimi secoli dai conflitti fra gli Stati Nazionali europei e la volontà di impedire definitivamente il ripetersi di simili catastrofi nel futuro[9].

Da qualche anno, la situazione è palesemente al punto di rottura, e siamo di fronte ogni giorno di più a uno scelta secca: o si fanno gli Stati Uniti d’Europa, almeno con chi ci sta, o si ricade nella frantumazione delle sovranità nazionali. Abbiamo assistito all’esito del referendum nel Regno Unito. Esito in sé non necessariamente contrario alla creazione della Federazione Europeo, stante che UK si è sempre opposto, negli ultimi decenni, a ogni cessione di sovranità nazionale a strutture europee.  Ma ancor più grave è l’evoluzione in senso nettamente antidemocratico delle Istituzioni Europee: emarginato il Parlamento (l’unico organo eletto direttamente dai cittadini), la Comunità si sviluppa attraverso trattati intergovernativi negoziati in contesti del tutto opachi per l’opinione pubblica. Trattati che acquisiscono forza di Direttive Europee sovraordinate non solo alle leggi degli Stati, ma addirittura alle loro stesse Costituzioni: una sostanziale negazione delle conquiste democratiche raggiunte negli ultimi due secoli e poi riconquistate con la sconfitta dei fascismi e degli stalinismi nel XX secolo.

Gli europei hanno potuto osservare con i propri occhi (e anche attraverso il proprio portafogli) la differenza fra la reazione statunitense alla crisi economica (stretto coordinamento fra autorità politica federale e autorità monetaria per stimolare l’economia) e quella europea, priva di un’autorità politica scelta democraticamente dai cittadini e paralizzata da infiniti veti incrociati di Stati e forze politiche nazionali.

Di fronte a questa situazione di grave rischio per la democrazia in Europa, un partito come Possibile, che finora si è sempre schierato in senso europeista, dovrebbe assumersi la responsabilità definirsi pienamente come partito europeo, e quindi incominciare a organizzarsi anche in altri Stati della Comunità e/o cercare convergenze con forze analoghe negli altri Stati.

Questa scelta gli darebbe anche maggiore visibilità mediatica e contrasterebbe positivamente con il grigiore progettuale delle altre forze politiche.

Dal punto di vista organizzativo, la scelta federalista implica però la necessità di valorizzare tutte le competenze a essa associate: dalla conoscenza delle lingue alla comprensione dei meccanismi comunitari all’attenzione verso la dialettica politica negli altri Paesi europei, alla loro storia, alle loro sensibilità culturali, eccetera. Competenze che molto probabilmente sono già presenti in Possibile, ma che bisogna individuare, valorizzare e mettere in grado di lavorare insieme.

La scelta degli Stati Uniti d’Europa si presenta come l’unica risposta possibile, nel breve e nel medio termine, anche all’altra crisi di sovranità, quella verso il mondo globalizzato; infatti, mentre i singoli Stati Nazionali continuerebbero ad avere scarsa voce in capitolo sui grandi temi mondiali (dai confronti militari alla crisi climatica, ai problemi demografici e ai flussi migratori, alle conseguenze di un’eventuale crisi politica in Cina, e così via), l’Europa Federale avrebbe, almeno potenzialmente, gli strumenti per indirizzare soluzioni razionali, pacifiche e umane almeno per alcuni aspetti di questi problemi epocali, e il necessario potere contrattuale a livello mondiale. Se conducesse una politica di promozione di accordi globali o almeno multicontinentali non basati (come il TTIP o il CETA) sulle richieste delle imprese globali ma a difesa dei cittadini, dei lavoratori, delle aree svantaggiate, dell’ambiente, potrebbe diventare il punto di riferimento di centinaia di milioni di nuovi cittadini del mondo globalizzato, che hanno perso ogni fiducia nel leader locali, spesso incapaci e corrotti, ma anche oggettivamente impotenti.

D’altra parte, un controllo globale sul modo di operare delle imprese è ormai indispensabile, perché proprio la possibilità di trasferirsi ha permesso alle aziende di svuotare le legislazioni e i controlli nazionali. Ma questo ha ridotto la pressione sulle imprese stesse a investire e a innovarsi, come invece era successo in seguito alle lotte operaie e alla legislazione sul lavoro del periodo fordista. Basti pensare agli investimenti che non ci sono stati e che quindi non hanno ridotto il problema dello smog in Cina, o ai metodi pericolosi e inquinanti con cui vengono smantellate le navi in disarmo in molti Paesi, o estratti minerali indispensabili alle produzioni più avanzate. Anche su questo i liberisti hanno torto: i sistemi economici, specie se inseriti nella  globalizzazione deregolata, non cercano spontaneamente soluzioni a questi problemi, o lo fanno con disumana lentezza.

Lo Stato Nazionale e le istituzioni locali

Fermo stante quanto detto sulla crisi della sovranità nazionale sia verso i temi globali sia verso la politica europea, e quindi sulla necessità di assumere la Federazione Europea come orizzonte strategico in cui inserirsi fin d’ora con proposte praticabili transnazionalmente, nell’immediato è necessario confrontarsi anche con le strutture decisionali attualmente esistenti: lo Stato col suo Governo e il suo Parlamento, le Regioni, i Comuni, i Municipi.

Ognuna di queste istituzioni ha visto il mutare delle proprie competenze, e dei problemi da affrontare. Anche i cittadini più disattenti rispetto alla vita politica si sono accorti dello scollamento crescente fra l’impatto che le decisioni effettive delle istituzioni hanno sulle loro vite, e i messaggi che giungono dai politici tramite i media o direttamente come tweet, sms ecc.: slogan vuoti a cui pochi prestano attenzione. In questa separazione fra scelte effettive e comunicazione politica è prosperata a tutta una casta sottogovernativa, centrale e locale, che sulla mancanza di trasparenza e controlli ha costruito le proprie fortune.

Da questa degenerazione della democrazia non si esce inondando la Rete di invettive e proteste ma mobilitando e organizzando le competenze diffuse in grado tanto di verificare la correttezza dei comportamenti istituzionali attuali quanto di proporre scelte politiche e modalità gestionali alternative.

Si rifletta, per esempio, sul molto invidiato (e, a parere di chi scrive, fragilissimo) successo del Movimento 5 Stelle. Non è stato ottenuto in pochi giorni, ma dopo anni di lavoro di base, con in mente un progetto miglioramento radicale dei processi decisionali democratici, da ottenersi facendo ampio ricorso alla democrazia diretta. Tale successo è stato ottenuto ricorrendo a molte pratiche innovative ma anche a due espedienti che renderanno difficile la vita al M5S nel prossimo futuro: da una parte, l’assenza di un vero Statuto, che ha permesso di concentrare tutte le scelte strategiche nelle mani di un ristretto gruppo dirigente che si è formato per decisione dei Fondatori e per cooptazione; dall’altra, l’assenza di momenti di approfondimento sul modello di società che si vuole costruire, assenza che nell’immediato ha favorito l’afflusso elettorale di voti da parte di tutte le aree politiche. Non appena le responsabilità amministrative e quindi le scelte concrete da compiere mettono il Movimento di fronte alle aree bianche della propria mappa mentale, i punti irrisolti di questa esperienza incominciano a farsi sentire[10].

Da questa esperienza è bene trarre alcuni insegnamenti: di come le nuove tecnologie di comunicazione sociale reticolare abbiano cambiato le modalità dell’iniziativa politica, di quanto grande sia l’attesa popolare per una politica che non sia appannaggio di una casta inamovibile e chiusa a difesa dei propri interessi. Ma anche di come le scelte di fondo non possano essere rimandate all’infinito.

Seguire effettivamente e seriamente i vari temi politici, sociali, amministrativi, culturali è molto oneroso. Una buona organizzazione non è quella che funziona bene in presenza di una grande ed entusiastica mobilitazione di energie: è quella che funziona bene in sua assenza, cioè per il 95% del tempo. E che punta su di motivazioni più solide e profonde dell’entusiasmo momentaneo: la convinzione di operare in modo efficace per un fine condiviso, l’impegno quotidiano di mettere alla prova le proprie idee sulla trasformazione delle strutture sociali già nella micro-organizzazione del Partito, la fondata sensazione di trarne anche un beneficio personale in termini di crescita umana, culturale, professionale.

Far passare il passato

Partiamo quindi da una considerazione dirimente: se il Partito è vitale, al multiforme spettro dei temi politici, sociali, economici, culturali, potenzialmente oggetto di azione politica nel senso più ampio del termine corrisponderà, almeno in parte, la varietà delle capacità, delle esperienze, degli interessi e dei propositi delle persone che si avvicinano al Partito.

Questa considerazione era considerata sostanzialmente irrilevante al tempo dei "Partiti cartacei" del secolo scorso, sia perché le ideologie dominanti (mutuate dall’assetto "fordista" della produzione negli Stati dominanti e sull’assetto colonialista negli Stati assoggettati) puntavano alle masse come aggregati indistinti, sia perché, disponendo di un’infrastruttura informativa solo cartacea o orale, non c’era possibilità realistica di elaborare efficacemente l’ordine di grandezza di informazioni necessarie per gestire la variabilità individuale. Quest’ultima poteva essere accettata solo per il cerchio magico della struttura apicale del Partito (che spesso coincideva con il club dei fondatori, e comunque si rinnovava principalmente per cooptazione). Per tutti il restante corpo del Partito era di gran lunga preferito, fra i funzionari, l’esecutore capace ed energico ma un po’ grigio e senza grilli per il capo e, fra i militanti, l’entusiasta seriale e un po’ ingenuo, capace di esprimere eventuali perplessità, dissensi e mugugni nel modo meno problematico possibile per il Partito.

Se il problema politico essenziale è invece la capacità di massimizzare l’interazione di tutti i membri del Partito con l’enorme varietà di temi e situazione che la società del Terzo Millennio ci propone, non ci si può organizzare privilegiando la struttura geografica locale, che ormai è solo una delle dimensioni (per quanto importante) della collocazione sociale e politica di noi tutti. Bisogna guardare alla società (mondiale, europea, nazionale, locale) in un modo diverso, accorgendosi c’è un grandissimo numero di modalità e dimensioni dell’agire sociale, e che ciascuna di esse richiede una comprensione, un’interlocuzione, persino un’agenda, differenti.

Apparentemente ciò significa un maggior carico di lavoro per i militanti che si sono assunti l’onere di coordinare le attività del Partito, ma ciò non è vero, anzi, può essere persino vero il contrario. Se si va a vedere, nei Comitati attuali c’è un ristretto numero di compagne e compagni che fanno quasi tutto, e una maggioranza di aderenti che non fa quasi nulla. In parte ciò fa parte della natura umana, ed è inevitabile; ma in parte, dipende dal fatto che alcuni non provano sufficiente interesse per le attività svolte dal Comitato, o non hanno di interagire con gli altri nei tempi e nei modi richiesti da tali attività . Rendendo possibile una cooperazione più reticolare su di una dimensione geografica molto più vasta e su di un ventaglio di argomenti molto più vario, è possibile che queste compagne e questi compagni trovino possibilità di impegno migliori per loro e più utili per il Partito. E chi già adesso si impegna maggiormente, si accorgerebbe che questa diversa modalità operativa gli potrebbe ridurre la sensazione di dover correr dietro a tutto, senza averne concretamente gli strumenti, il tempo e le energie.

Quindi...

Da qui la proposta: il Partito deve darsi degli strumenti per poter operare sulla base di gruppi specialistici, tematici e progettuali, non necessariamente territoriali. A fronte di temi variegati, ampi e complessi, per avere qualcosa di significativo da dire è indispensabile creare gruppi di lavoro ad hoc che raccolgano le compagne e i compagni interessati e competenti presenti nei Comitati. Tale impegno non deve essere considerato un di più eccezionale rispetto alla normale militanza – le energie delle persone non sono infinite – ma proprio il modo normale di essere militanti di coloro che per competenze e/o per passione vogliono occuparsi in modo approfondito e continuativo di un solo tema o di pochi argomenti, e quindi partecipare a uno o più gruppi specialistici.

Tali gruppi possono avere varie funzioni, ma quella essenziale è di mediare e tradurre la complessità culturale, e anche tecnica, delle tematiche che emergono nei più svariati ambiti sociali (dalla gestione degli asili nido alle norme bancarie europee e ai mutamenti climatici, per intenderci) in scenari e alternative che possono essere comprese, discusse e deliberate da tutto il Partito. E, reciprocamente, di far conoscere nei modi più opportuni le posizioni e le proposte del Partito negli ambiti con cui interagiscono.

Le Vie Possibili possono sembrare un primo abbozzo di risposta a tale esigenza, ma se non viene implementato un sistema di cooperazione a distanza molto più articolato, non possono essere considerate uno strumento valido e vitale.

I gruppi, per poter operare con efficacia, devono avere uno spazio di discussione e di raccolta di elaborazione di informazioni e documenti all’interno del sistema informativo del Partito. Starà a ogni gruppo decidere se e come riunirsi di persona o in teleconferenza o in altre forme ancora. Una volta che un gruppo ha elaborato una proposta, o più proposte anche alternative o di minoranza, queste vengono presentate e rese disponibile alla discussione (in riunioni e assemblee e on-line) di tutto il Partito. Al termine della discussione, la Segreteria proporrà una sua sintesi e organizzerà la votazione dei documenti.

In caso di approvazione, i documenti accettati vengono inseriti nella raccolta, visibile a tutti la Rete, dei materiali pubblicati dal Partito, da cui si trarranno elementi per dibattiti pubblici, incontri con altre forze politiche, iniziative di lotta e propaganda. Il gruppi di lavoro rimangono a supporto di queste attività e possono continuare ad approfondire i temi e sviluppare nuovi materiali attraverso la procedura già esposta (a meno che non si tratti solo di approfondimenti o esposizioni in forme diverse delle tesi già approvate), oltre a verificare le reazioni nei vari ambiti alle prese di posizione del Partito.

Le competenze

Per costruire questa organizzazione per gruppi tematici, è necessario che chi aderisce a Possibile dichiari quali competenze è disposto a mettere a disposizione del Partito, quali desidera sviluppare proprio grazie all’impegno politico, e a quali aree di intervento preferisce dedicarsi. Ciò deve essere inserito in un archivio interrogabile da tutti i membri e modificabile in qualsiasi momento dal proprietario dei dati personali e da nessun altro. In questo modo, si cambia strutturalmente, e fin dal momento della prima adesione, il "contratto sociale" che lega la persona al Partito: l’aderente cessa di essere un numero di tessera, di cui si sa solo se è maschio o femmina, quando è nato, dove abita; si presenta invece con un vero e proprio profilo di professionalità politica e di preferenze di impegno, fondamento essenziale per far operare bene i gruppi specialistici e l’intero Partito. Già solo con questo, con qualche interrogazione sul data base degli aderenti si può avere una prima indicazione sulla disponibilità di risorse per una certa iniziativa.

E’ necessario che questa possibilità sia a disposizione di tutti gli aderenti al Partito, sia per diffondere la consapevolezza della molteplicità delle risorse e delle potenzialità, sia per facilitare la comunicazione e l’autorganizzazione orizzontale di persone, Comitati e gruppi.

Una volta accettata l’idea che l’organizzazione del Partito sia per gruppi di lavoro specialistici non necessariamente territoriali, nulla vieta di formare gruppi che abbiano proprio come argomento specialistico un certo territorio.

Le istituzioni elettive

Questo contributo non pretende di risolvere un punto importante su cui il Partito dovrà riflettere: come attrezzarsi al meglio per partecipare alle campagne elettorali e per prepararsi seriamente, se eletti, a governare un Ente elettivo o a condurre un’opposizione credibile. E’ però indubbio che avere a disposizione un Partito già strutturato per gruppi specialistici darebbe forza e sostanza politica a qualsiasi soluzione organizzativa ci si volesse dare e contenuti credibili alla partecipazione alle competizioni elettorali.

Giovanni Talpone – giovanni.talpone@gmail.com

Comitato Rosa Parks – Milano 2/1/2017

 


Note

[1] Il concetto di "informazione completa" è stato elaborato circa un secolo dopo delle prime riflessioni di Karl Marx, ed è un risultato delle ricerche scaturite dalla "Crisi dei Fondamenti" dei primi decenni del XX secolo. Tutta la cultura generata dalla "Crisi dei Fondamenti" è stata bollata dallo stalinismo come "ideologia borghese" e ciò ha contribuito alla fossilizzazione del pensiero marxista.

[2] Non a caso, l’Unione Sovietica ha avuto molto più successo nello sviluppare e diffondere tecnologie tradizionali, che intraprendere veri e propri salti qualitativi, intrinsecamente incerti. Si pensi anche alla reazione verso la Primavera di Praga, che nel 1967-1968 stava ragionando apertamente, tra le altre cose, su come affrontare la "rivoluzione tecnico-scientifica (Radovan Richta)".

[3] Per averne un’idea, è interessante fare qualche ricerca sul sito https://www.alibaba.com/ per gli oggetti più disparati, dalle bambole alle petroliere, dai transistor agli oleodotti (in inglese, of course).

[4] Per esempio: https://it.businessinsider.com/le-biotecnologie-vanno-fortissimo-ma-loccupazione-e-a-rischio/

[5] Macchina amministrativa che, anche quando si informatizza, progetta quasi sempre i processi pensando al movimento di documenti fra reparti non comunicanti e non alla funzione complessiva dei dati in essi contenuti.

[6] Probabilmente il migliore esempio di "rivoluzione passiva" teorizzata da Antonio Gramsci più di mezzo secolo prima.

[7] I Paesi BRIC, grazie alla loro dimensione subcontinentale, sono stati in grado di impostare anche una politica nazionale di sviluppo delle risorse tecniche e scientifiche, che però finora non si è tradotta in un miglioramento significativo della condizione dei loro lavoratori. Comunque, il conflitto fra le politiche nazionali dei BRIC e la globalizzazione è uno dei temi geopolitici fondamentali del presente e del futuro.

[8] Dal ’68 in poi, l’uso dei manifesti murali autoprodotti, del ciclostile e successivamente delle radio libere rappresentarono i primi tentativi di rompere il monopolio informativo delle grandi organizzazioni.

[9] Forse per questo, i Paesi che meglio si sono sottratti a invasioni e dittature (il Regno Unito, la Svezia, la Svizzera) sono anche quelli che hanno mostrato più indifferenza se non ostilità al progetto federale.

[10] E a generare una deriva sempre più di destra del M5S, proprio perché da sempre la destra propone le parole d’ordine più facili, immediate, di pancia ecc. .

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



Le competenze

Dalle considerazioni su cui si basa la presente Proposta, emerge la necessità di valorizzare al meglio il contributo di ciascun aderente a Possibile. E' stata evidenziata la necessità di operare anche con Gruppi di Lavoro non-territoriali, in modo da mettere in comunicazione e far cooperare al meglio persone con interessi e competenze affini, che però potrebbero vivere e lavorare in luoghi distanti.

Questo tipo di organizzazione reticolare è un regalo del XXI secolo: con gli strumenti di ieri, sarebbe stata adatto solo per i dibattiti scientifici ed intellettuali di ristrette élite, non legati alla necessità di agire in tempi spesso imposti dagli eventi e dalle scadenze politiche.

Il primo passo per valorizzare le competenze non può che essere quello di inventariarle. Non è un'operazione facile, né concettualmente, né praticamente. A Milano abbiamo tentato un esperimento, basato sui seguenti criteri:

  1. Innanzitutto, non proponiamo di comunicare TUTTE le proprie competenze, ma SOLO quelle che si è disposte/i a mettere a disposizione di Possibile (questo, oltre a semplificare l'inventario, riduce la sensazione di intrusione nella propria vita privata).
     
  2. La classificazione delle competenze non può essere né troppo "stretta" (cioè specifica), per non avere una casistica troppo numerosa; ma neppure troppo generica, per non avere un inventario praticamente inutile. Non troppo enciclopedica (ancora, per non avere una casistica troppo numerosa e talvolta superflua) ma neppure troppo limitata (per non introdurre un vincolo implicito alle possibili dimensioni dell'azione politica). In più, si è cercato di verificare che le varie competenze fossero il più possibile separate le une dalle altre (come si dice in gergo, "ortogonali"), almeno all'interno di quelle tematiche e di quelle trasversali, come si vedrà in seguito. Ciò è stato possibile solo parzialmente.
    Nell'esperimento milanese (che faceva riferimento non a una militanza nazionale o europea, ma solo metropolitana), grazie alla pazienza e alla collaborazione delle compagne e di compagni, è stato possibile distribuire dei questionari di prova, recepire commenti, suggerimenti, critiche... e somministrarne un'ulteriore versione corretta (4 volte! Anche se non sempre alle medesime persone, sia per umana pietà sia per allargare la cerchia delle esperienze). Il risultato è stato un elenco di dimensioni accettabili e dai riscontri non banali.
     
  3. Le competenza dell'elenco sono state divise fra 6 aree tematiche:
     
    1. Ambiente, Attività produttive con impatto ambientale
    2. Attività produttive in generale
    3. Diritti del cittadino, Salute, Istruzione, Cultura
    4. Amministrazione locale
    5. Amministrazione dello Stato e politica generale
    6. Europa, Politica Estera, Relazioni Internazionali

      e 2 aree trasversali: Competenze e capacità operative, e Competenze Linguistiche.
     
  4. Il grado di possesso di una competenza è valutato in base al campo Te ne sei occupato e le possibili risposte sono: blank (default: Mai), Un po', Molto. Questo campo ha un'utilità particolare che verrà discussa in seguito.
     
  5. Fin qui, il questionario potrebbe assomigliare a quello ufficiale di Possibile, solo un po' più dettagliato. Abbiamo però voluto introdurre un elemento qualitativamente diverso, in base a una domanda di fondo: "Non rischiamo, in questo modo, di ribadire e congelare la divisione sociale del lavoro, così come si presenta nella società intorno a noi? Per cui, anche fra di noi, il professore continua a fare il professore, e l'operaio l'operaio?" Poiché però non siamo Guardie Rosse, ma Possibilisti, l'idea non è la tabula rasa, l'uguaglianza al ribasso, ma un Possibile che sia anche scuola, palestra di esperienze, luogo in cui sia possibile tirar fuori i sogni dal cassetto.
    Per cui è comparsa una seconda colonna di risposte, accanto a Te ne sei occupato: Vorresti occupartene.
Alla fine, il questionario ha questo aspetto: QUESTIONARIO (questo è un file pdf, per cui non è compilabile; l'originale è un foglio Excel).

La duplice colonna di risposte: Te ne sei occupato - Vorresti occupartene nell'elaborazione statistica si è dimostrata molto utile. Ha fatto emergere la necessaria dialettica fra situazione attuale di fatto e desiderio. Ha permesso di segnalare varie sfumature, tipo:"Sì, lo so fare, se è necessario lo faccio, ma vorrei occuparmi d'altro". Ma soprattutto ha permesso di fare emergere situazioni organizzativamente ben diverse "Vogliamo fare qualcosa e la sappiamo fare", "Vogliamo fare qualcosa, alcuni di noi non sanno come, ma c'è chi può insegnare", "Vogliamo fare qualcosa, ma nessuno di noi sa come, è necessario un aiuto esterno".

Questi risultati, ovviamente solo indicativi e semiquantitativi, sono stati ottenuti attribuendo alle risposte una metrica arbitraria blank (default: Mai) = 0, Un po' = 1, Molto = 3 e calcolando le differenze fra i desideri di impegno e le esperienze fatte. Ne sono risultate varie tabelle; una delle più semplici da leggere è la seguente TABELLA, che si legge così:

Naturalmente, questa ricerca pilota non è stata fatta con spirito "manageriale", per gestire le persone dall'alto, ma per suscitare una discussione sulle nostre aspettative circa l'azione del Partito e sulla nostra disponibilità al coinvolgimento, alla condivisione delle nostre capacità, al riconoscimento dei nostri limiti attuali.
Tutto ciò non ha avuto finora grande impatto forse perché è stato sperimentato solo su di un gruppo ristretto di persone, e forse anche perché Possibile sta solo ora incominciando a strutturarsi per Gruppi di Lavoro tematici. Però è sempre possibile sviluppare il discorso con chi fosse interessata/o.

Giovanni Talpone – giovanni.talpone@gmail.com

Comitato Rosa Parks – Milano 10/9/2017

 

 

 

 



Quale organizzazione per un eventuale partito "Liberi/e e Uguali"?

La possibilità dell'avvio di un processo di unificazione dei partiti alleati in LeU deve portare a riflettere su quale modello organizzativo dovrebbe darsi la nuova formazione. Come contributo a questa necessaria discussione, qui si propone qualche confronto e commento agli statuti attuali dei tre partiti, così come sono pubblicati in Gazzetta Ufficiale:

Il confronto non riguarderà tutti i punti dei tre documenti; sarà invece focalizzato su quattro assi decisivi per il buon funzionamento democratico e per l'efficacia operativa di un partito che voglia agire di fronte alle situazioni sociali e ai problemi politici del XXI secolo:

A) Interazioni e integrazioni fra differenti comunità nazionali, etniche, linguistiche - crisi di espressione democratica dell'Unione Europea - intervento sulle crisi globali

Nessuno dei tre partiti è minimamente sfiorato dall'idea che potrebbe essere interessati alle loro proposte persone che non conoscono la lingua italiana, o comunque non conoscono il lessico della politica: nessuno si pone il problema di chi parla normalmente sloveno (es. in Friuli-Venezia Giulia), tedesco (es. in Trentino-Alto Adige/Südtirol), inglese, francese, arabo, cinese, romeno o filippino. Men che mai, che una qualsiasi iniziativa politica di democratizzazione dell'Unione Europea, che non sia ultraverticistica, debba necessariamente passare attraverso alla costruzione di un lessico e di un senso comune fra i simpatizzanti e i militanti delle forze progressiste e di sinistra di tutta Europa (SI, bontà sua, prevede all'art.I.1: ...Nelle regioni con presenza di minoranze linguistiche non italiane tutelate dall'ordinamento nazionale, il nome del Partito, nell'ottica di garantire la rappresentanza di tutta la popolazione, puo' fare esplicito riferimento alla lingua ed ai popoli ivi presenti.)

La questione della lingua è un indizio di un'impostazione largamente italocentrica che pervade i tre documenti. La parola "Europa" e i suoi derivati compare 5 volte nel testo di MDP, 1 volta in quello di Possibile, 9 volte in quello di SI, ed è sempre utilizzata in senso definitorio, mai di presa di posizione politica, tranne il caso di Possibile, che cita la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea; in compenso, lo Statuto di Possibile, a differenza degli altri due, non prende neppure in considerazione la possibilità di avere una presenza all'estero. La parola "globalizzazione" non compare mai in alcuno dei tre documenti.

Il testo di MDP all'art.1.1 recita: MDP ha come proposito quello di concorrere, insieme con altre associazioni, movimenti e partiti politici alla costituzione di un largo e plurale campo di centro sinistra, in grado di proporsi di governare su basi nuove il Paese ecc. L'idea che sarebbe persino più urgente creare un "largo e plurale campo" per democratizzare l'Unione Europea, che tanto condiziona le stesse politiche nazionali, non viene neanche vagamente sfiorato. (Lo Statuto di MDP è comunque l'unico a citare l'esigenza di alleanze e addirittura, nell'art.27, a prospettare una possibile confluenza in altro soggetto politico; negli altri, questi temi non sono menzionati.)

Commento: i tre testi sono accumunati da uno scarso interesse verso il tema europeo e i temi internazionali in generale. Sembrano scritti in un mondo senza globalizzazione, NATO, euro, organizzazioni e movimenti transnazionali, problemi ambientali globali, crisi geopolitiche, concentrazioni finanziarie fuori controllo; un mondo in cui lo stato nazionale Italia è pienamente sovrano e i partiti hanno il compito fondamentale di contendersi democraticamente il potere nazionale e quello locale.

B) Espressione della volontà politica a livello locale e strutture intermedie.

Tutti e tre gli Statuti definiscono delle unità associative di base: Circoli per MDP (art.10), Comitati per Possibile (art.4), Circoli per SI (art. IV). Il loro ruolo di cellula di base del Partito è analogo, con qualche bizzarria di SI (art.IV.2: I Circoli possono essere territoriali, di lavoro, di studio, a tema. art.I.3: L'iscrizione avviene tramite richiesta alle strutture territoriali del Partito nelle quali si vuole svolgere la propria attivita' politica. Se uno vuole iscriversi a un Circolo a tema, non territoriale, come fa? Oppure ci si può iscrivere a qualsiasi livello? O a più Circoli? Mah!). SI prevede anche il decentramento amministrativo più spinto: art.VIII.7: I Circoli, le Federazioni e i Coordinamenti regionali hanno ciascuno la propria autonomia patrimoniale, amministrativa e finanziaria e si dotano di un proprio codice fiscale.

Nel campo delle strutture intermedie, sicuramente il partito più creativo è Possibile: forse avendo come ideale il Nulla Zen, forse in base alla convinzione che tutto ciò che non c'è non rompe, ne fa del tutto a meno. La valutazione dell'impatto di questa decisione sull'operatività del partito a livello regionale e locale è molto controversa, diciamo così.

Gli Statuti di MDP e di SI prevedono entrambi un livello regionale e un livello di federazione di Circoli. Il livello regionale (MDP: art.9, SI: art.IV.4) è molto rilevante in entrambi i documenti e se ne capisce il motivo: l'amministrazione regionale è una parte significativa della struttura dello Stato Italiano, e la competizione politica ed elettorale per arrivare a governarla o a condizionarla deve essere curata con attenzione.

Meno chiaro è il ruolo delle Federazioni di Circoli. In entrambi gli Statuti, sembrano avere un ruolo vago di coordinamento e controllo di gruppi di Circoli, con il rischio che costituiscano un diaframma burocratico che stempera le decisioni e rallenta l'operatività. Forse sarebbe meglio introdurle solo a fronte di necessità ben precise (come l'intervento in grandi Comuni o in Città Metropolitane o in aree con tematiche omogenee), senza rescindere il legame Circolo - Regione e senza creare intermediazioni inutili. Comunque, in nessuno dei due Statuti è definito chiaramente come si interviene nelle Città Metropolitane; per quanto riguarda i Municipi, Possibile e SI ne ignorano l'esistenza; MDP ne assegna l'intervento ai Circoli (art.10.4).

Commento: siamo di fronte a due modelli di organizzazione intermedia: quello di Possibile, fatto della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni, e quello di MDP e SI. Quest'ultimo è sicuramente più realistico, ma sembra pensato quando le Province erano elettive (e quindi poteva aver senso una federazione provinciale di Circoli) e le Città Metropolitane non esistevano.

C) Capacità di interfacciarsi con ambienti e problemi della società civile, non solo locali o nazionali, sviluppando e valorizzando le competenze disponibili.

In tutte e tre gli Statuti si nota un certo impegno ad affrontare questi temi, anche se in modo un po' astratto e senza un modello coerente di intervento. Tutti e tre i documenti parlano di formazione.

In modo generico Possibile (art.2.6: Possibile ritiene che la partecipazione delle persone sia tanto piu' libera e autentica quanto piu' e' informata e consapevole, e pertanto si impegna con tutti gli strumenti a promuovere un'adeguata formazione e informazione.), anche perchè centralizza tutto l'aspetto delle conoscenze specialistiche nel Comitato scientifico (art.9.3: Sono eleggibili come membri del Comitato scientifico tutti gli iscritti che abbiano conseguito una rilevante specializzazione in un settore scientifico, comprovabile attraverso titoli accademici o comunque attraverso una documentata e continuativa attivita' professionale che ha portato a pubblici riconoscimenti e a un notorio apprezzamento o attraverso una rilevante e continuativa attivita' pubblicistica nel settore o attraverso rilevanti esperienze di consulenza tecnica presso istituzioni o organismi pubblici e art.9.5: Il Comitato scientifico assiste gli Stati generali e il Segretario nell'elaborazione e nell'approfondimento della proposta politica di Possibile, su cui sono costruite le diverse iniziative e campagne, procedendo attraverso la discussione sui temi, la raccolta di contributi e la promozione di consultazioni specifiche, facendo emergere tutte le competenze necessarie e realizzando la necessaria sintesi).
Cosa sappiano o desiderino apprendere tutti gli altri aderenti non sembra argomento di particolare interesse; nel sito "Partecipazione Possibile" è presente un censimento delle competenze, peraltro abbastanza generico e consultabile solo dai portavoce dei Comitati.

Altrettanto generico ma decisamente decentrato l'approccio di SI (art.III.11: Il Partito riconosce il ruolo essenziale della formazione ai fini della piena valorizzazione delle proprie attivita', e della crescita di iscritti/e e simpatizzanti. Pertanto condivide risorse e spazi, promuove iniziative di approfondimento culturale e seminari formativi che favoriscano la massima partecipazione, fornendo strumenti di accesso alla vita politica e istituzionale.)
Non si parla mai di competenze (tranne nel caso di competenze informatiche, che sarà trattato al punto successivo). La parola "scienza" e i suoi derivati non compaiono mai.
La questione della focalizzazione specialistica potrebbe rientrare di soppiatto nella proposta di coinvolgere anche soggetti esterni in attività su aree a tema, pur in modo totalmente slegato alla disponibilità di competenze e alla necessità di formazione. I soggetti esterni, per partecipare alle attività di SI, devono registrarsi in un apposito albo (art.III.7: ... Il Partito offre alle Associazioni o Movimenti iscritti all'albo, ciascuno secondo il proprio ambito di intervento (locale, provinciale, regionale, nazionale) il diritto di partecipare al dibattito interno tematico politico o programmatico con diritto di voto in base agli accordi sulle modalita' di rappresentanza, preliminarmente condivise con il circolo o la Federazione di riferimento. ...)

Un po' più strutturata e interessante la proposta di MDP. Incominciamo dalla formazione (art.5.2): MDP promuove attivita' di formazione collettiva, quali seminari e momenti di studio, per l'elaborazione collettiva di proposte e indirizzi politico-programmatici, per la crescita di competenze specifiche e articolate al fine di assicurare il rinnovamento dei gruppi dirigenti fondato sulle reali capacita' di direzione politica.
A livello di assemblea nazionale, MDP prospetta un'attività simile al Comitato scientifico di Possibile ma, si direbbe, più aperta e dinamica (art.4.2: L'assemblea nazionale ha competenza e si esprime in materia di indirizzo politico sui vari aspetti dell'iniziativa politica a carattere nazionale e internazionale attraverso il voto di mozioni, ordini del giorno, risoluzioni, secondo le modalita' previste dal suo regolamento, sia attraverso riunioni plenarie, sia attraverso commissioni permanenti o temporanee, ovvero in casi di necessita' e urgenza attraverso deliberazioni effettuate per via telematica sulla base di quesiti individuati dall'ufficio di presidenza della stessa o dalla direzione nazionale; art.4.3: Essa puo' strutturarsi anche in forum tematici a carattere temporaneo. I forum sono aperti anche a non iscritte/i sulla base di competenze specifiche. I forum possono costruire e proporre alla segreteria nazionale momenti pubblici di discussione, quali seminari, conferenze pubbliche, convegni. Anche se l'uso di espressioni come "forum" e "carattere temporaneo" tradisce la preoccupazione di mantenere le briglie ben salde, e l'indifferenza verso le necessità della continuità del lavoro, della cura delle reti di relazione e dell'accumulo progressivo di conoscenze e risultati, comunque sembra trasparire l'idea di un intervento politico non affidato solo a proclami identitari e valoriali, propositi generici, slogan ecc. .
Il punto più interessante è l'art.11.7: L'assemblea di federazione puo' strutturarsi in forum tematici. I forum sono aperti a tutte le iscritte e tutti gli iscritti e non iscritte/i che intendono contribuire all'iniziativa politica di MDP. I forum oltre ad elaborare proposte politiche possono avanzare all'assemblea di federazione proposte di iniziativa politica sui temi di loro competenza. I forum tematici sono tenuti a dare notizia delle loro attivita' (riunioni, documenti, iniziative), sul sito della federazione di MDP di competenza. A pensar male, si potrebbe supporre che, essendo la federazione dei Circoli una struttura in cerca di autore, come ipotizzato sopra, le abbiano "rifilato" i forum tematici. Però perlomeno questo costituisce un inizio di attività decentrata focalizzata su temi, sia pure con limiti significativi: distanza dai punti decisionali politico-amministrativi (Regioni, Città Metropolitane, Comuni); assenza di ogni legame orizzontale con forum analoghi in altri territori. Però con una risorsa essenziale: i siti. Ma di questi, al prossimo punto.

Commento: i tre Partiti dichiarano tutti un generico interesse alla formazione degli aderenti, ma senza alcun approccio strutturato al censimento delle competenze (non fa eccezione il debole tentativo di Possibile) e con una consapevolezza ancora troppo limitata della connessione fra formazione, competenze, gruppi tematici interni e capacità di interfacciarsi con ambienti e problemi della società civile.

D) Uso strutturale ed efficace e non solo cosmetico degli strumenti informatici progressivamente disponibili.

In tutti e tre i documenti è evidente l'impegno nell'introduzione delle soluzioni informatiche e telematiche nella vita dei partiti; per rendere più chiaro il confronto lo si suddivide in sottocategorie.

Giovanni Talpone – giovanni.talpone@gmail.com

Comitato Rosa Parks – Milano 2/3/2018